STORIE DI ORDINARIA F0LLIA DI UN'INSEGNANTE PRECARIA SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

3.4.08

ci sono, tutto nella norma tranne...

Ad esserci ci sono (don't panic). Gli ultimi giorni sono stati un susseguirsi di eventi. Tra cui anche dei fastidiosi decimi di febbre. Da brava deficiente quale sono, ieri al rientro da scuola (dove non so proprio come abbia fatto a resistere) mi sono imbottita di tachipirina e mi sono messa al calduccio e a nanna ed ho incominciato a farmi venire il panico nell'eventualità che la febbre non passasse perchè oggi avevo compito in classe in un paio di terze. Questa mattina, quando al risveglio ero fresca come una rosa, ho tirato un sospiro di sollievo salvo poi pensare di me tutto il peggio possibile e cioè che sono una di quelle cretine che più dementi non si possa. D'accordo avere il senso del dovere, non scappare di fronte agli impegni e le responsabilità, ma da qui a farsi prendere dal panico (a livello di dolore di stomaco) al solo pensiero della possibilità di saltare un giorno di scuola, questo no. Mi pare troppo. Non lo so che cosa mi spinga in questa direzione. Dicono che la mela non cada mai lontana dall'albero e sono figlia di genitori che mi hanno insegnato con l'esempio, più che con le parole, che la correttezza e la serietà sono una ricchezza di cui andare fieri. Perfetto. Io ne sono fiera di questi valori inculcati sin da bambina; quello di cui non vado fiera è la mia esasperazione del tutto. E se anche salto un giorno di scuola, non certo per andarmene al pascolo, ma perchè sono malata (e certo uno non "sceglie" di ammalarsi) possono mica venirmi gli scrupoli? Invece a me si, vengono e pure troppi come se fosse colpa mia sempre e comunqe, come se scegliessi di non andare al lavoro, come se mandassi il messaggio agli alunni che gli impegni non vadano rispettati e, con questo esempio, li autorizzassi a fare altrettanto. Dico io sono citrulla o cosa? Una collega mi ha detto che devo cambiare atteggiamento nei confronti del lavoro, che mi sto costruendo da sola una gabbia. Non è che io sia deficiente e non me ne accorga. Me ne rendo perfettamente conto. E' più forte di me. Più penso che dovrei essere un attimo più distaccata più mi sento male al solo pensiero e il mio attaccamento al lavoro "peggiora". E non lo faccio perchè follemente innamorata di questo mestiere. No di certo. Lo faccio perchè se anche lavorassi in miniera quello sarebbe il mio lavoro. Ed il lavoro richiede precisione, rigore, impegno. Se tutto va bene dovrò lavorare ancora alcuni decenni. In queste condizioni non posso farcela. Davvero.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

guarda ti capisco... io nello studio sono stata così. a lezione (e prima ancora) a scuola anche con la febbre... mettendo quello avanti a tutto. poi ho preso una batosta che mi ha fatto rivedere il tutto. spero che non ti capiti mai una batosta del genere per farti capire che ogni tanto puoi rilassarti...
ti capisco però, quando il senso del dovere è talmente forte da "far male".

prof ha detto...

anche io a volte penso che, comportandomi in questo modo, rischio evoluzioni peggiori. E', purtroppo, più forte di me. Non ce la faccio a sottrarmi alle responsabilità, mi viene un'angoscia paragonabile a null'altro. Sante parole le tue: il senso del dovere tanto forte da far male. Sembra un paradosso, ma solo quando sei fatto in un certo modo comprendi che le cose stanno proprio così, che si entra in una specie di circolo vizioso...

giovanna ha detto...

ehi...Manu!
che ti dico? Esagerata??
Nemmeno posso!
Sapessi quante volte sono andata a scuola imbottita di tachipirina!
E' successo anche che ho dovuto mollare in classe...
La febbre, la nausea... mi ero sentita morire... (oddio se vomito qui...)Mi venne quasi da piangere.
A tal punto che i ragazzi, precisamente il più terribile (per intenderci quello che più ci fa ammattire, nullafacente e ...) della classe di allora, mi disse: ma prof, perché non va a casa, ci guarda l'ins di sostegno... stiamo buoni...!
Bèh, ancora una volta, vedi,
"aver compagno al duol..." :-)
no?
un abbraccio!

prof ha detto...

mi conforta sapere che non sono sola. In genere mi guardano tipo marziana.
Il commento più bello è stato quello di un alunno. Stavo facendo lezione con i famosi decimi e mi chiede "Prof, ma quando un insegnante viene sempre a scuola, non si assenta mai, neanche quando sta male, viene pagato di più?" ed io "no". Alunno: "prof, ma quando è malato e sta a casa non lo pagano?" mia risposta "certo che ti pagano. La malattia non è una scelta, è una condizione". Mi guarda, ci pensa su ed esclama "allora, ma chi ve lo fa fare?"

Anonimo ha detto...

Hey Prof! Come va? E' un po' che latito...
...ma sì, non pensare di essere l'unica a sentire questo senso del dovere che febbre o non febbre ti porta a dare sempre più di quanto sarebbe logico pensare.
Mia madre (insegnante) facea la stessa cosa e io stesso ricordo di aver mantenuto il libretto delle assenze candido come quando me l'hanno consegnato per parecchi anni, finchè non è arrivata la varicella a tenermi forzatamente a casa (preciso, fino alle medie decideva mia madre se ero malato o no...).

Due considerazioni però vanne fatte, senza sminuire questo impegno e senso del dovere, e seza ovviamente esaltarlo perchè so benissimo che non è dettato dal desiderio di sentirsi dire "brava" a tutti i costi.

Prima riflessione: continuare il proprio lavoro incuranti dei piccoli malanni o dei grandi e piccoli problemi personali che tutti abbiamo è una cosa giustissima, altrimenti il mondo si fermerebbe in un attimo. Tuttavia l'importante è farlo con la consapevolezza che il lavoro NON è la Vita, ma che esistono altri valori che no possono mai essere messi in secondo piano. Il lavoro ci dà da vivere, ma un affetto, l'essere presenti nel momento del bisogno di qualche caro, il curare anche la propria persona anche a livello interiore, sono tutte cose che devono venire prima del lavoro. Perchè poi, come si diceva sopra, un giorno possono arrivare quelle batoste che ti fanno aprire gli occhi e capire che quel "senso del dovere" era a senso unico... tra fregarsene e buttarsi anima e corpo c'è sempre una via di mezzo.

Seconda riflessione, a proposito dei piccoli malanni. Stare a casa anche con poche linee di febbre è un dovere civico. Si vive in una comunità e bisogna rispettare chi può avere un grosso problema per colpa della linea di febbre che tu per senso del dovere potresti averle passato. Certo, nessuno vive sotto una campana di vetro, ma penso che in una scuola come in qualsiasi luogo pubblico questo principio debba essere valido. Non per fare i "lavativ", quelli che piagnucolano per due starnuti, ma per senso di responsabilità.
Non è un rimprovero, ma per chiarire il concetto mi chiedo se essendo infermiera co una grande dedizione per il proprio lavoro, l'attaccamento ai malati ecc ecc una linea di febbre ti avrebbe tenuto a casa. Avresti dato più importanza alla tua presenza in corsia dove c'è senzza dubbio chi ha bisogno di te, o quella linea di febbre che forse per nessuno, ma forse per qualcuno poteva costituire un problema?

prof ha detto...

Beppe, dici cose giuste. Il problema è che non riesco, pur considerando tutto razionalmente, ad assentarmi. Per questo, ti dico, è patologico. Alla fine la scuola non cade se non vado, non capisco dove io possa prendere questa presunzione di essere indispensabile. Eppure è così. Certe volte lo penso anche di non andare, quando magari mi sveglio e non sto bene. Il solo pensiero mi fa stare peggio, mi prende un senso di angoscia. So che non è normale, per questo ho scritto il post.
Quanto osservi sul dovere civico etc lo condivido. Il punto è che non è contagiosa solo qualche linea di febbre, ma lo sono anche raffreddore, tosse, mal di gola e compagnia bella. Nessuno può permettersi il lusso di fermare il mondo per un colpo di tosse, quindi andiamo tutti in giro a fare "gli untori". D'altra parte se un raffreddore ci fermasse sarebbe la fine. A questo punto non v'è differenza tra qualche linea di alterazione ed una infreddatura.