Non ho la pretesa di capire tutto e tutto e di non sbagliare. Però sono una che osserva e si fa un’idea. Passibile di modifiche, mica non sono disposta a rivedere le mie posizioni se mi accorgo di un abbaglio. Neanche pretendo di essere colei che nessuno potrà mai fregare, ma faccio quel che posso per evitarlo. Almeno questo spero mi sia concesso.
Detto questo, passo all’argomentazione: da mesi sto osservando una collega. Sempre sorridente, allegra, disponibile, conciliante che, però, “a pelle” non mi piace per nulla. E’ come se percepissi una certa forzatura in quello che fa e la cosa mi puzza ed anche molto. Non so neanche spiegare bene. E’ una sensazione. Come tale, la sto studiando. Ogni giorno cerco di raccogliere quanti più dettagli sia possibile per confermare o anche rivoluzionare l’idea che mi sono fatta. La collega sempre sorridente è arrivata lo scorso anno fresca di immissione in ruolo e senza alcuna esperienza ed ha iniziato ad “infilarsi” in Presidenza. Ora, la premessa è che la mia scuola, retta da un Preside-fantasma, sia nelle mani delle due grandi amiche, cicì e cocò, alle quali va la mia ammirazione perché non è affaruccio semplice avere a che fare con la gestione della scuola e con una mole di lavoro che ricade sempre su loro due in quanto il Preside se ne lava sistematicamente le mani (in poche parole, se la scuola va avanti è per queste due cristiane), ma insieme alla mia ammirazione ci metto pure la constatazione che hanno trasformato la presidenza in una grande sala dei bottoni, regno di un’oligarchia di eletti che riescono a prendere posto nelle (poche) poltrone libere. Naturalmente, le poltrone “storiche” sono occupate dai famosi pezzi da novanta (tra cui il bidello ed il custode, vi ho detto tutto) e poco o nullo spazio per gli altri. Io me ne strafrego e non perché sono di passaggio, ma per forma mentis. Non è una cosa che mi interessa. Guarda caso (ma proprio guarda), la cosa interessa (e pure molto) la simpatica collega allegra, la quale con il suo fare affabile e conciliante si è prima inserita nella grande sala dei bottoni per poi (in questa fase) fare le scarpe in modo elegante a moltissimi dei pezzi da novanta. La premessa che ho fatto è che io me ne sbatto. Il fatto che me ne sbatta non significa che non mi sia fatta un’idea. Quello che mi stupisce è come (seguitemi, è un po’ complicato, ma posso farcela) io che me ne strafrego, che sono fuori la stanza dei bottoni, che neanche mi ci applico più di tanto, abbia capito il giochetto e chi è nella stanza dei bottoni no. Possibile che l’ultima arrivata sia tanto scaltra da fregarli tutti, uno ad uno, in modo talmente indolore da essere portata in palmo di mano? Possibile che me ne sia accorta solo io che fondamentalmente sono una spettatrice? Forse la risposta è proprio in questa domanda. Quando si è spettatori si capiscono molto meglio le cose
Detto questo, passo all’argomentazione: da mesi sto osservando una collega. Sempre sorridente, allegra, disponibile, conciliante che, però, “a pelle” non mi piace per nulla. E’ come se percepissi una certa forzatura in quello che fa e la cosa mi puzza ed anche molto. Non so neanche spiegare bene. E’ una sensazione. Come tale, la sto studiando. Ogni giorno cerco di raccogliere quanti più dettagli sia possibile per confermare o anche rivoluzionare l’idea che mi sono fatta. La collega sempre sorridente è arrivata lo scorso anno fresca di immissione in ruolo e senza alcuna esperienza ed ha iniziato ad “infilarsi” in Presidenza. Ora, la premessa è che la mia scuola, retta da un Preside-fantasma, sia nelle mani delle due grandi amiche, cicì e cocò, alle quali va la mia ammirazione perché non è affaruccio semplice avere a che fare con la gestione della scuola e con una mole di lavoro che ricade sempre su loro due in quanto il Preside se ne lava sistematicamente le mani (in poche parole, se la scuola va avanti è per queste due cristiane), ma insieme alla mia ammirazione ci metto pure la constatazione che hanno trasformato la presidenza in una grande sala dei bottoni, regno di un’oligarchia di eletti che riescono a prendere posto nelle (poche) poltrone libere. Naturalmente, le poltrone “storiche” sono occupate dai famosi pezzi da novanta (tra cui il bidello ed il custode, vi ho detto tutto) e poco o nullo spazio per gli altri. Io me ne strafrego e non perché sono di passaggio, ma per forma mentis. Non è una cosa che mi interessa. Guarda caso (ma proprio guarda), la cosa interessa (e pure molto) la simpatica collega allegra, la quale con il suo fare affabile e conciliante si è prima inserita nella grande sala dei bottoni per poi (in questa fase) fare le scarpe in modo elegante a moltissimi dei pezzi da novanta. La premessa che ho fatto è che io me ne sbatto. Il fatto che me ne sbatta non significa che non mi sia fatta un’idea. Quello che mi stupisce è come (seguitemi, è un po’ complicato, ma posso farcela) io che me ne strafrego, che sono fuori la stanza dei bottoni, che neanche mi ci applico più di tanto, abbia capito il giochetto e chi è nella stanza dei bottoni no. Possibile che l’ultima arrivata sia tanto scaltra da fregarli tutti, uno ad uno, in modo talmente indolore da essere portata in palmo di mano? Possibile che me ne sia accorta solo io che fondamentalmente sono una spettatrice? Forse la risposta è proprio in questa domanda. Quando si è spettatori si capiscono molto meglio le cose
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